Inicio‎ > ‎Volúmenes‎ > ‎Volumen 02‎ > ‎

Articulo 03

Volumen 02

Quale italiano parlano gli italiani.


 

Beatriz R. Mendoza García

ENP Plantel 6 “Antonio Caso”

 

Per sapere qual è l’ítaliano che si parla in Italia ci vuole andare alle origini della lingua e conoscere il suo sviluppo attraverso i secoli  e per questo si presenta  il seguente riassunto.

 

Nell’Italia medievale si parlavano lingue derivate dal latino e si possono chiamare dialetti, considerati come lingue volgari che non servivano per comporre opere letterarie ma per scrivere testi di carattere pratico come conti, ricevute, contratti commerciali, testamenti. Il volgare era considerato una lingua rozza, senza nessun regolamento grammaticale. Il latino, invece, era armonioso, perfetto, aveva tutto un sistema grammaticale ed era usato dagli intellettuali e dagli scrittori. Il volgare scritto si incominciò a usare soprattutto per motivi religiosi divulgando inni, vita di santi, laude, con l’intenzione di evangelizzare il popolo.

 

 In Italia, precisamente in Sicilia, alla corte di Federico II, imperatore e re d’Italia dal 1220 al 1250 gli artisti che ci stavano attorno decisero di comporre poesia imitando quella dei trovatori provenzali. La lingua usata era un siciliano elegante senza tratti dialettali e ricco di parole latine o provenzali.

 

Si incominciò a scrivere rapidamente in Italia in volgare e così abbiamo una poesia didattica o moraleggiante nell’Italia settentrionale: saggi di prosa letteraria di Guido Faba a Bologna, poesia religiosa in Umbria come quella di Francesco d’Assisi con il suo Cantico delle creature.  Lucca, Pisa, Arezzo furono le città che ebbero una posizione di privilegio prima di Firenze la quale cominciò ad avere una posizione di prestigio economico, politico e culturale negli ultimi decenni del XIII secolo.

 

Come esempio di questa poesia in toscano c’è la poesia lirica cortese fiorentina. Fu il Tresor,  attribuito a Bono Giamboni, a consolidare l’uso del fiorentino con la sua prosa piena di tratti artistici. Nacque, infatti, una società che segnò l’inizio di un movimento poetico sotto il nome di Dolce stil nuovo, espressione usata da Dante Alighieri, (1265-1321) il più grande scrittore che abbia mai avuto l’Italia, nel XXIV canto del Purgatorio della Commedia detta anche La divina commedia per disegnare la nuova poesia e di cui Guido Guinizzelli fu caposcuola a Bologna, chi intuì un’unione fra  “il sentimento amoroso e la gentilezza intesa come nobiltà di animo e non di nascita”. (Casapullo, 2003:40)

   

Dante, infatti, è considerato come il fondatore della lingua italiana dovuto alla varietà e la vastità della sua opera. Dante fu “l’inventore” (Casapullo, 2003: 44) dell’italiano anche perché diede, per la prima volta, un’unità letteraria alla lingua. Nel De vulgari eloquentia Dante dimostrò che il volgare era all’altezza del latino e si poteva usare con scopi artistici.

 

Il capolavoro di Dante è La Divina Commedia scritto in fiorentino del tardo Duecento. Quest’opera racconta il viaggio di Dante attraverso l’inferno, il purgatorio e il paradiso accompagnato da due guide: Virgilio attraverso i due primi mondi dell’aldilà e Beatrice che lo conduce alla visione della Divinità, dove conclude il viaggio. Il fiorentino usato da Dante nel suo capolavoro è una “lingua plastica e potente” (Casapullo, 2003: 46) e nella quale usa espressioni provenienti da altri volgari italiani. Quest’opera si può considerare soprattutto come un poema popolare con una grande ricchezza della lingua e dello stile. Molte delle espressioni usate da Dante nella Divina Commedia si usano ancora oggi.

 

Altri due scrittori fiorentini che condividono la fortuna letteraria di Dante sono Francesco Petrarca (1304-1374) e Giovanni Boccaccio (1314-1375). La lingua usata da Petrarca nella sua opera si distingue da un linguaggio colto. La lingua del Canzoniere è ritenuta come la pietra di paragone del linguaggio della poesia lirica. Petrarca scelse un tema unico: “l’amore per Laura, prima vivente e reale e poi trasfigurata dopo la morte”. (Casapullo, 2003:47)

 

Il Decameron di Giovanni Boccaccio  si può considerare come il capolavoro della prosa narrativa toscana di quell’epoca che poi è stato imitato da tutti gli scrittori posteriori. La lingua usata in quest’opera è il fiorentino del Trecento cercando di eliminare parole antiche o plebei e usando molti elementi del parlato soprattutto nei dialoghi. Si considerano più sostentabili, narrativamente parlando e perché si sorreggono sul latino, le introduzioni alle novelle, il prologo e l’epilogo delle dieci giornate.

I motivi che favorirono la scelta del toscano e, in particolare, il fiorentino in tutta l’Italia furono perché alla fine del Duecento Firenze ebbe uno straordinario sviluppo in tutti i campi: economico, politico, culturale, artistico, ecc. Importante fu anche la centralità della Toscana nella penisola italiana. Era una centralità geografica ma anche linguistica. Un altro motivo fu la somiglianza del toscano al latino.

 

Due avvenimenti importanti, significativi per la storia della lingua sono: il Canzoniere, di Petrarca che viene pubblicato a stampa nel 1470, giacché ne era conosciuto solo attraverso copie manoscritte. Subito dopo furono pubblicati a stampa anche Il Decameron di Boccaccio e la Divina commedia di Dante, il che consentì l’allargamento della cerchia di lettori e consentiva la loro larga diffusione e sono diventati modelli di lingua creando un’uniformità di uso da parte delle persone colte delle varie regioni italiane. L’altra data importante è stata la fondazione, a Firenze, dell’Accademia della Crusca, nel 1583, la quale si diede al compito di fare un vocabolario che registrasse le parole usate dai buoni scrittori fiorentini del Trecento: pubblicarono allora nel 1612 Il Vocabolario degli Accademici della Crusca. Quest’opera offriva uno strumento di primo ordine per coloro che, non essendo fiorentini o toscani volevano adottare quel volgare come lingua comune letteraria.

 

Non si deve dimenticare l’opera di grandi scrittori dell’Ottocento e degli inizi del Novecento. Alessandro Manzoni, con il suo capolavoro I promessi sposi,  si  giudica come un testo di lingua che ha avuto grande importanza nella recente storia. Manzoni si proponeva, infatti, di dare agli italiani un modello di lingua che potesse servire anche per la comunicazione orale, per il parlato. Dopo il suo viaggio nella Toscana Manzoni decise, quindi, di scegliere il fiorentino parlato dalle persone colte al posto del milanese. Manzoni, infatti, fece diverse correzioni: dalla prima edizione nel 1827 alla seconda nel 1840-42, eliminò parole lombarde e milanesi e scelse parole toscane e fiorentine che avevano maggiore possibilità  di circolazione in tutta la penisola. La sua versione finale corretta da lui stesso,  diede vita a un nuovo modello di lingua letteraria molto simile al parlato quotidiano ed attuale sia nel parlato che nello scritto.

 

Fra il terzo e quarto decennio del Novecento il problema della lingua è presente nei letterati, linguisti e filosofi ma anche negli uomini politici, che se ne occuparono soprattutto sotto il regime fascista praticando una politica linguista fondata su principi nazionalisti e puristi. È stata diffusa una grande campagna contro i dialetti e la lingua delle minoranze. (Patota, 2003:37)

 

Uno degli elementi che ha influito sull’unificazione linguistica è l’emigrazione interna ed esterna; la prima ha provocato mescolanze di persone provenienti da diverse regioni italiane, la seconda ha provocato una diffusione della cultura in classi che prima ne erano escluse.

 

Ma fra tutte le forze che hanno contribuito alla diffusione dell’italiano nella penisola italiana vanno messe, in primo posto, quelle che vengono chiamate “comunicazioni di massa”: oltre ai giornali, la radio, arrivata nel 1924, il cinema, la televisione, con il suo arrivo nel 1957, soprattutto quest’ultima, ha portato la lingua nazionale anche nei luoghi più isolati del territorio italiano, e hanno creato il processo di unificazione linguistica. La televisione è stata un prezioso strumento, che anche se non dovrebbe diventare un modello, lo è diventato a livello fonetico e lessicale.

 

Dal 1976 il parlato informale incomincia a invadere la televisione dato che esiste un minore controllo della lingua usando espressioni regionali. Si può dire che la comunicazione audiovisiva ha dominato gli ultimi decenni del Novecento fino ai nostri giorni, con l’arrivo, anche, delle nuove tecnologie multimediali accostandosene all’uso della parola scritta.

 

L’italiano chiamato da alcuni linguisti “neostandard” (Berruto, 1987) si distingue da diverse caratteristiche tanto nello scritto quanto nel parlato. L’italiano scritto da vita al “messaggio verbale nello spazio e nel tempo”. (D’Achille, 2003:11)  Chi scrive si serve da una sintassi  più  regolare usando la subordinazione che si è persa nel parlato. Dall’altra parte, come in quasi tutte le lingue, il suo lessico è più ricco di quanto è il parlato. È ricorrente, anche, l’uso di tutte le forme verbali di cui dispone la grammatica. La struttura sintattica corrisponde completamente a soggetto, verbo e oggetto.

 

Con il parlato le cose cambiano perché esiste un legame molto stretto tra l’emittente  e il destinatario per non parlare poi dei deittici (di ripresa discorsiva), dei segni extralinguistici (codici non verbali che si accompagnano a quello verbale) e dei segni paralinguistici (tono della voce, velocità, eloquio, ecc.) Il parlato ha anche un altro sostegno che è quello di essere accompagnato dai gesti che in Italia assume un’importante tradizione.

Il parlato giovanile si caratterizza da un cambio da generazione a generazione diventando molto più diverso con il passo degli anni. La base del parlato giovanile si centra sull’italiano “colloquiale e informale” (D’Achille, 2003:  17) questo parlato si nutre dalla lingua della pubblicità e dei “mass media”  fornendo un modello di lingua contemporanea dove c’è il predominio di parole straniere soprattutto angloamericane. Il suo lessico è molto ridotto giacché le parole si alterano creando diminutivi, accrescitivi, superlativi e la presenza anche di un vocabolario riferito all’ambito sessuale. Non esiste, neppure, rispetto alla sintassi dal momento che si elimina la subordinazione nel periodo. Si produce una frammentazione nel discorso usando frasi brevi separate da un punto.

 

La funzione principale del parlato giovanile ha a che vedere con il concetto di “giovinezza” e l’appartenenza a quel gruppo sociale. I giovani, attraverso la ripresa di parole dialettali, non solo quel parlato in famiglia ma da altri ben diversi, assume una funzione ludica, affettiva e molto più espressiva.

 

Il cinema ha avuto un grande influsso sulla diffusione dell’italiano parlato dato che nei film stranieri si è adoperato il doppiaggio, usando un parlato con pronuncia standard, al posto dei sottotitoli con la finalità di aiutare le persone analfabete e così si è realizzata una popolarizzazione della lingua.

 

La scrittura elettronica che si da con l’Internet, la posta elettronica, i messaggini telefonici, (SMS), le Chat presenta delle caratteristiche molto rilevanti perché la lingua adoperata si allontana da tutte le regole tradizionali dell’italiano. Si ricorre alla frammentazione con frasi semplificate senza punteggiatura, usando anche sigle, numeri, segni matematici, solo iniziali di parole composte, faccione, abbreviazioni, punti esclamativi e interrogativi, ecc. il che vuol dire che la lingua ogni tanto  sta evoluzionando al massimo.

 

 

 Referencias bibliográficas:

·         Antonelli, Giuseppe, Profilo di storia linguistica italiana III: da lingua letteraria a lingua comune nazionale, modulo 89, Università di Casino, 2008, ICON

·         Berruto, Gaetano, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo,  Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1987

·         Casapullo, Rosa,  Profilo di storia linguistica italiana I: l’italiano delle origini, modulo 92, Università di Palermo, 2003, ICON

·         D’Achile, Paolo, L’italiano scritto parlato e trasmesso, modulo 220, Università di Roma Tre,  2008, ICON

·         Patota, Giuseppe, La questione della lingua, modulo 96, Università di Siena,  2003, ICON

Comments